Breve storia del carretto

Il carretto siciliano

Il carretto siciliano nasce e muore nel limitato periodo di appena 150 anni. Quello che rimane oggi è solo un ricordo semplicemente folklorico, ma ha costituito un momento di fondamentale importanza per la Sicilia tutta, specialmente nelle parti costiere e pianeggianti. Non si può parlare del carretto senza fare un riferimento seppur breve alla viabilità della Sicilia, che fino al termine del’700 era scomoda o inesistente come ci ricordano i viaggiatori del “Gran Tour”. Le strade erano  basate sui tracciati greci e romani, la viabilità dalla costa verso poche ville all’interno funzionali per lo spostamento di merci che dai luoghi di produzione arrivavano ai porti, poiché l’unico sistema utilizzato per lo spostamento delle merci era quello via mare. Dalla caduta dell’impero romano fino al settecento nessun dominatore della Sicilia ha voluto mettere mano al sistema viario, quindi merci e persone viaggiavano come nella maggior parte d’Europa via mare o fiumi quando navigabili. Lo spostamento delle persone era legato ai commerci o ai pellegrinaggi o militari, il resto era assente. Le rivoluzioni spostano grandi quantità di idee e persone, con il così detto “Gran Tour” l’intellighenzia europea scopre il mondo classico e il pellegrino che si spostava per motivi religiosi fino a Roma, diventa viaggiatore a scopo di arricchimento culturale. Da Napoli a scendere arrivano: francesi, tedeschi, inglesi e a dorso di mulo, portantina o a piedi cominciano a conoscere il regno delle due Sicilie. Così all’inizio dell’800 la corte di Napoli comincia ad investire sulla viabilità, principalmente dal punto di vista militare e poi economico per il controllo del territorio che puntualmente i viaggiatori documentano e descrivono al resto del mondo. In questo scenario nasce il prototipo del carretto partendo dalle professionalità che erano impegnate nella produzione di portantine e carrozze. Le botteghe mettono in campo le loro conoscenze e viene costruito una cassa portante con due enormi ruote ferrate sorrette da due aste nel mezzo delle quali si mette l’animale per il traino. Da un principio relativamente semplice si carica questa macchina di adattamenti dettati dalla creatività degli artigiani. Ognuno per la propria competenza nel tempo aggiungerà migliorie, stimolati dalla cultura locale che attinge dalla opra dei pupi per il ciclo carolingio, per le storie dei santi o per gli eventi bellico-politici. Quello che in altri posti era la verniciatura protettiva per il carretto era motivo di creatività per le botteghe e ostentazione e prestigio per i possessori del carro. A metà ‘800 il carretto è diffuso oltre che a Palermo anche a Catania e comincia a prendere i connotati che abbiamo conosciuto fin ai giorni nostri e cioè differenze minime di forme e colori. Il carretto diventa lo strumento principe per il trasporto di merci e persone, le strade all’inizio pericolose per la presenza di briganti e predoni hanno bisogno di servizi e dalla cultura araba ricaviamo la suddivisione in stacchi dove il fondaco anticipa le attuali stazioni di servizio. A cadenza regolare i carrettieri possono far riposare gli animali e approfittare della sosta per stringere contatti e contratti utili per il commercio. Il carrettiere con le sollecitazioni e richieste rivolte alla bottega del “Mastro fa carretti o carradore” determina la forma i colori e i temi che si sono sviluppati nel territorio siciliano diversificandosi un due macro scuole: quella palermitana e quella catanese. La prima differenza la più evidente della scuola palermitane è la forma dei “masciddari” che è trapezoidale, mentre per quella catanese è rettangolare. I colori sono giallo-arancio per il palermitano e rosso per il catanese. Per un successivo approfondimento si possono vedere le ulteriori particolarità della scuola trapanese, siracusana, modicana. Ogni realtà locale aggiunge e modifica particolari, mai strutturali ma che servono a raccontare la storia della Sicilia attraverso schemi codificati e materiali determinanti per la vita del carretto. Le professionalità richieste per la costruzione del carretto sono diverse. Sotto la direzione del capomastro della bottega, che spesso è anche proprietario, fanno parte: specialisti del legno come mastri d’ascia, intagliatori, tornitori, scultori; per la protezione del legno poi a montaggio effettuato sotto la direzione del capomastro, il lavoro passa ai pittori decoratori. Il fabbro esegue e soprintende alle fasi di lavorazione del ferro in tutte le sue parti. Una bottega che si rispetti comprende anche la professionalità particolare del “busciularu”, cioè il costruttore delle “busciule” le bronzine, fondamentali per il funzionamento e la durata del carretto. Posizionata al centro della ruota fa in modo che il mozzo in ferro supera l’attrito della trazione del moto. La bravura consiste nel rispettare la formula della colata di bronzo che deve essere il più possibile uguale a quella delle campane. Gli artigiani del metallo devono collaborare all’unisono per poter dare l’accordatura del carro con l’inserimento del quantitativo giusto di ferro nella “cascia do fusu”,pi dari u tonu” con il “mastru fa carretti” del legno che deve scegliere in base alla funzione richiesta. Tanti tipi di legno stagionati al punto giusto sono necessari, la cascia in abete, le aste in bagolaro, i mioli in faggio e così via ogni parte ha bisogno del legno giusto. Quando il carro è finito si fa la prova su strada. Posizionato in un piano orizzontale si mette il carro senza animale in orizzontale, le aste non devono andare né su né giù. Poi con due dita si danno leggeri colpetti in orizzontale sulle aste e il suono deve essere gradevole e melodioso, non stridulo o metallico. Queste attenzioni non sono strane o superflue, perché il carro deve essere personalizzato al massimo con il proprietario non per uno status-simbol come avviene adesso per le auto ma perché deve essere riconoscibile a distanze notevoli dall’amata quando entra in paese o dagli amici in caso di necessità. Non bisogna dimenticare che durante i lunghi viaggi da un paese all’altro il rumore diventa suono e i carrettieri hanno inventato un notevole numero di “canti di carrettiere”. Il ritmo dato dal passo dell’animale, l’accompagnamento dalle sonagliere della “testiera”, e il tono del carro come cassa armonica.

Mario Lonero